Ogni volta che scegliamo qualcosa, ogni volta che ci affascina qualcosa, ogni minimo secondo della nostra esistenza è mosso da un ritorno d’effetto dell’inconscio. Ora, nella nostra contemporaneità sembra un termine antico, vetusto, come se fosse passato di moda, dai tempi di Freud e dai salotti della borghesia viennese o mittel-europea. Forse, l’essere umano, non è cambiato così tanto in questi ultimi duemila anni, ed è proprio per questo che la scoperta fatta da un neurologo a cui piaceva fumare sigari è stata così rivoluzionaria e sovversiva nella visione dell’esistenza umana. E’ stato il punto in cui si è segnato un prima e un dopo, non si può più tornare indietro. Ora gli studi sull’inconscio e sulle sue formazioni certamente si sono ampliati e arricchiti, ma, in fin dei conti: i sintomi, i malesseri mentali e fisici, la perdita delle parole, le dimenticanze, gli inciampi, i vuoti di memoria sono quei momenti in cui il nostro controllo cosciente viene meno, si disvela qualcosa di altro da noi e forse qualcosa di più profondo si presenta nella realtà quotidiana. Molte volte questo inconscio viene identificato come un IO più profondo una sorta di anima o voce del nostro sé.
Ci muoviamo un po’ più in là, oltre la concezione dell’inconscio come un contenitore di desideri e impulsi repressi, ci muoviamo verso una visione leggermente più narrativa della storia di ognuno di noi. Lacan sosteneva che : ” l’inconscio è strutturato come un linguaggio” ovvero un insieme di simboli e significati che non sono immediatamente consapevoli per il soggetto. Questa struttura linguistica dell’inconscio è ciò che Lacan chiamava il “linguaggio dell’inconscio”, un sistema di significati che non sono facilmente accessibili alla coscienza del soggetto, ma che possono essere indagati e interpretati attraverso il dialogo con l’analista/terapeuta. In una terapia psicoanalitica, si affronta il passato remoto dell’inconscio per ripristinare il suo potenziale futuro. Secondo la psicoanalisi, l’inconscio non è solo un passato, ma anche un futuro, o forse potremmo dire che il tempo non è più di ordine cronologico. Questa posizione epistemologica è sostenuta non solo dalle ricerche e dalle esperienze psicoanalitiche, ma anche da diversi studi delle neuroscienze che hanno contribuito sempre di più a delineare il funzionamento della memoria non come un archivio in cui si depositano le tracce del passato, ma come un processo di simbolizzazione (per lo più inconscio) che riscrive costantemente il passato. Siamo continuamente in mutamento, mai quelli di qualche giorno prima, sia a livello fisico che a livello psichico. È il funzionamento della memoria che ci fa capire che il tempo storico dell’essere umano è essenzialmente una riscrittura del passato orientata dall’atto di apertura che il soggetto assume rispetto al futuro. In questo modo, la temporalità dell’inconscio mostra che la storia del soggetto non è il suo passato, ma la possibilità di reinventare la verità storica del soggetto. Il soggetto non è determinato dai suoi condizionamenti passati, ma può sempre superarli e reinventarsi. Il soggetto dell’inconscio, pertanto, si rivela sempre come un’eccedenza rispetto al passato, configurando la possibilità e il dovere etico di riprendere costantemente ciò che è avvenuto attraverso una soggettivazione continua del già stato.
Questa modalità di lavoro orientata alla decifrazione del linguaggio inconscio di chi verrà a bussare alla nostra porta, è ciò che ci permette di poter lavorare sul motivo per cui si domanda una terapia, i sintomi come: le paure, le angosce, il panico, la depressione, i disturbi alimentari, l’insonnia. Queste parole che identificano una serie di eventi che interferiscono nella nostra vita quotidiana posso arrivare a schiacciare come macigni le nostre vite, tanto da renderci inermi davanti alla possibilità del nostro stesso futuro. Schiavi dei nostri stessi sintomi, cortocircuiti della mente che scaricano la tensione investendo il corpo.
Per questo, in parallelo alla questione del lavoro prettamente dialettico, psico analitico della parola, noi eleviamo il corpo, non solo come un mezzo dell’espressione del sintomo o ciò che ci porta a concretizzare le nostre idee nel mondo reale, ma come il tramite tra l’interno (psiche) e l’esterno (comportamento e azione) e come il mediatore tra l’esterno e l’interno, in una dinamica bi-direzionale. Il corpo non è più solo un mezzo, è una struttura che si concatena agli effetti e agli affetti di quel linguaggio inconscio, la psicomotricità è la tecnica che più di tutte le altre, può cogliere quei segni che spesso vengono meno nella dimensione del parlare. La sospensione della parola permette di mettersi in ascolto del proprio corpo in relazione con sè stesso con l’altro. Nelle sedute di psicomotricità, grazie al movimento, al gioco e alla relazione si crea un vero e proprio scambio simbolico che permette quella messa in “discussione” al di fuori delle parole, di quei pensieri, di quelle sensazioni psichiche e corporee che trascendono dalle quotidiane attività. Il corpo si dispiega incanalando precisi elementi costitutivi sia dell’esistenza, ma anche dei nuclei, degli enigmi e dei sintomi che mordono il corpo e come abbiamo visto lo incatenano alla schiavitù sintomatica. Quindi potersi raccontare attraverso il corpo rappresenta l’altra colonna portante del nostro orientamento. Un luogo dove la parola e il corpo, secondo la propria richiesta soggettiva, possono trovare il proprio movimento, in percorsi paralleli. La nostra direzione clinica non si muove attraverso metodologie replicabili, ma verso la singolarità portata da ognuno, per coloro che sentono di aver una possibilità anche quando sembrava che non ce ne fossero più.
